La lavorazione della pelle e del cuoio

Il Sutor

Il Sutor era figura professionale conosciuta e ben identificata, di grande abilità in quanto doveva realizzare calzature che, ad un certo punto della storia romana, diverranno una sorta di status symbol per i cittadini dell’impero, identificando, dal tipo e dal livello di elaborazione e raffinatezza, gli appartenenti alle varie classi.

I romani inoltre, sia nell’Urbe che nelle province, erano particolarmente esigenti anche in fatto di moda.

Il sutor viene rappresentato, ad esempio su alcuni sarcofagi, come seduto a cavallo di una stretta panca, con una forma ed una pelle davanti a lui su un rialzo attaccato alla panca, con un martello in mano che lavora la pelle.
Su un altro monumento funerario è raffigurato il sutor Caius Iulius Helios e sopra di lui due forme una delle quali indossa una caliga. 
Considerando che la tomba di Helios fu costruita non solo per lui ma anche per la sua famiglia ed i suoi liberti, si deduce che il personaggio fosse un cittadino ricco; ciò non stupisce se si considera che potrebbe essere stato un fornitore autorizzato dell’esercito romano.
Non è chiaro se ogni sutor fosse specializzato nella realizzazione di una singola specifica calzatura oppure offrisse una produzione diversificata; ci sono infatti definizioni più specifiche di questa professione, quali Solearii, che producevano solae, una sorta di scarpe aperte tipo ciabatte, Sandalarii, Caligarii ecc. Tuttavia si può ipotizzare che un buon sutor potesse creare una certa varietà di calzature.
Numa Pompilio, il leggendario secondo re di Roma, si ritiene abbia suddiviso i romani in collegi di artigiani, il quinto dei quali era proprio quello dei calzolai, il cui luogo d’incontro sarebbe stato un apposito edificio denominato atrium sutorium. Quello del sutor è quindi un mestiere molto antico.

L’utilizzo e la lavorazione della pelle a Roma era molto diffuso e le evidenze archeologiche hanno permesso di apprendere che essa era utilizzata per realizzare una grande quantità di manufatti, in ambito sia civile che militare, come calzature, cinture, finiture varie, selleria e redini per cavalli, tende militari ecc.

Il commercio della pelle era quindi un’attività fiorente; pelli di capra, pecora, mucca, toro e bue erano lavorate e conciate impregnandole o mettendole in infusione con liquidi arricchiti da corteccia di albero (principalmente quercia), sali minerali, bile animale e qualche tipo di tannino.

Il procedimento sembra essere stato estremamente sgradevole a causa della produzione di cattivo odore e le concerie non erano molto popolari nel vicinato! Grosse vasche di conceria sono state ritrovate sotto l’attuale chiesa di Santa Cecilia in Trastevere e l’industria della concia era probabilmente confinata “oltre il fiume”, cioè fuori dal centro città, proprio a causa dell’odore.

Anche a Pompei sono stati riportate alla luce sia concerie che negozi di pellami e calzature.

Generalmente le calzature venivano indossate del loro colore naturale e solo i più ricchi potevano permettersi pelli tinte in nero, rosso od altri colori. Per il nero veniva usata la melanteria, una specie di vetriolo, o talvolta si utilizzava catrame o pece, da cui il nome pissygros (lavoratore con la pece) con cui i greci indicavano i calzolai.

Anche altri colori, come il bianco, oro e porpora saranno indicati più tardi (IV sec. d.C.) nell’editto dei prezzi dell’imperatore Diocleziano.

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